dopo circa 120 km di una strada fondovalle, ci aspetta la frontiera cinese.

Alcune frane permanenti, rese superabili solo grazie al lavoro continuo di decine di operai, il guado di alcuni torrenti che attraversano la strada e il fondo spesse volte coperto da una fitta melma rendono impegnativo questo pur breve tratto.

La vegetazione in Nepal è tipicamente sub-tropicale ed estremamente rigogliosa in questa fine estate subito dopo le piogge monsoniche.

Alla mattina del secondo giorno di viaggio, facciamo la prima conoscenza della catena himalayana: le basse nuvole che ci avvolgono ad un tratto si alzano ed appare, lungo tutta la linea dell’orizzonte, una lunga serie di creste innevate che si stende a perdita d’occhio per poi sparire di nuovo nel giro di pochi minuti dietro una fitta foschia, quasi questo breve fotogramma ci anticipasse l’incredibile spettacolo che avremmo visto dopo pochi giorni.

La frontiera Nepal-Cina ha rappresentato un vero calvario per noi motards. Come tanti viaggiatori autonomi in paesi del Terzo Mondo possono testimoniare, il passaggio alle frontiere rappresenta una vera forca caudina da affrontare con  rassegnazione e questo posto di confine non ha fatto eccezione: gli zelanti e burocratici militari cinesi, per motivi che ancora oggi ci appaiono sconosciuti, hanno tenuto fermo il nostro gruppo per un giorno e una notte concedendoci il visto di passaggio solo nel tardo pomeriggio.

Parlare dei militari cinesi, ci consente di introdurre l’argomento della situazione attuale del Tibet. Quest’ultimo, dopo l’invasione del 1959 e la fuga in India del Dalai Lama, la massima carica spirituale e temporale del paese, è stato, a tutti gli effetti, annesso alla Repubblica Popolare Cinese. Gli ultimi cinquant’anni sono serviti a Pechino per cercare di distruggere la cultura tibetana, a rieducare il popolo nel periodo della rivoluzione culturale di Mao e a colonizzare le città tibetane, tramite robuste iniezioni di immigrati dall’immenso continente cinese. Quest’ultimo fatto rende di fatto i tibetani già da ora una minoranza etnica nel loro stesso paese.

La presenza di militari e i posti di blocco ci confermano, ora e in tutto il viaggio in Tibet, lo status di occupazione militare della regione che stiamo attraversando.

L’altopiano del Tibet ci attende e lo raggiungiamo dopo circa cinquanta Km di una pista di rara bellezza, che sale a circa 3.800 metri di quota in uno stretto vallone, dove decine di cascate si buttano in un tumultuoso torrente che scorre in fondo alla gola.

La cittadina di Nyalam, che è stata per noi la porta al Tibet, ci porta a conoscere il primo dei lodge locali, che definiremmo  ottimisticamente spartano. Per chi ha intenzione in futuro di compiere questo viaggio, l’invito è di affrontare le sistemazioni, perlomeno nella parte a ridosso della catena himalayana, con il giusto spirito di adattamento: il concetto di comfort è assolutamente labile e spesse volte la mancanza di acqua corrente, di luce elettrica e di servizi sono la norma delle guest houses tibetane. In ogni caso, questo serve ulteriormente ad entrare negli usi e costumi del paese che ci ospita, certamente più di un moderno ed anonimo hotel per turisti.

Da Nyalam inizia il vero e proprio viaggio sull’altipiano e da qui è uno spettacolare caleidoscopio di colori che vanno dal giallo-ocra delle alture desertiche al bianco abbacinante di montagne di oltre 7.000 metri, ghiacciai e passaggi su passi di oltre 5.000 metri dove lo sguardo spazia su orizzonti infiniti e l’occhio non sa dove indugiare, tanto è affascinante il panorama che circonda il viaggiatore.

Tralasciamo nomi di  passi, montagne e paesi che poco diranno a chi legge, se non appassionato di montagna e nello specifico di Himalaya, ma i circa 500 Km percorsi su pista e strada non asfaltata a ridosso della catena rimarranno nel cuore di chi li ha percorsi come un’esperienza indimenticabile e assolutamente straordinaria.

A proposito dei paesi, in realtà la presenza umana è assolutamente scarsa e si attraversano lunghi tratti disabitati, interrotti da piccoli villaggi e da gente nomade che attraversa queste distese con al seguito yak carichi di masserizie che si dirigono, presumibilmente, verso destinazioni più a valle per sfuggire al freddo inverno che sta arrivando.

A proposito dello yak, questo bovino, dotato di un folto mantello di pelo per proteggersi dal freddo, è stato un elemento costante nell’intero raid: la sua presenza al pascolo lungo le piste, il suo burro nel the del mattino (per stomaci forti) e la sua carne cucinata in mille modi hanno accompagnato il nostro gruppo ogni giorno.

Le soste vicino ai villaggi attirano frotte di bambini e adulti che, poco abituati a vedere passare un così grande gruppo di motociclette, si avvicinano ai nostri mezzi per curiosare, per scambiare qualche parola, per noi assolutamente incomprensibile, e per venderci fossili che trovano sulle montagne.