IN MOTO SUL TETTO DEL MONDO

Pochi paesi al mondo hanno affascinato l’immaginario collettivo come il Tibet: la sua completa chiusura all’esterno fino agli Anni Venti, la sua incredibile altezza e dimensioni (grande quattro volte l’Italia con un’altitudine media di 4.500 metri), la presenza delle vette più alte della terra e la spiritualità della popolazione hanno sempre avuto sul viaggiatore occidentale un ascendente che, anche ai nostri tempi di globalizzazione, rimane intatto.

L’occasione di visitarlo a cavallo di due ruote motorizzate era troppo ghiotta per lasciarla scappare. L’iniziativa “In moto sul tetto del Mondo”, organizzata dalla nota agenzia di spedizioni himalayane Il Nodo Infinito e dalla collaudata Associazione Sportiva 2000 Moto, si proponeva come un vero e proprio raid che avrebbe portato i partecipanti, in prima assoluta in Italia, dalla capitale del Nepal Kathmandu a Lhasa in Tibet lungo i 1.300 Km della Friendship Highway a cavallo delle gloriose motociclette Royal Enfield.

Come se non bastasse, un ulteriore pizzico di pepe all’itinerario è la deviazione al campo base dell’Everest, la più alta vetta della terra, che, con una altezza di circa 5.300 m. rappresenta l’altitudine massima del raid e, probabilmente, una altezza difficilmente raggiungibile al mondo su un mezzo a motore terrestre. 

Due domande sorgono spontanee: perché in motocicletta e soprattutto perché con le affascinanti ma vetuste Royal Enfield?

Non mi dilungherò più di tanto sul fascino di un viaggio in motocicletta: l’immersione completa nel paesaggio, e non attraverso la televisione virtuale di un finestrino di automobile, la libertà di potere viaggiare in assoluta solitudine, la libertà nonché il senso di “fare” la strada e il raggiungimento della meta che solo le due ruote sanno dare, sono sensazioni assolutamente uniche che fanno della motocicletta una assoluta passione per chi ne è contagiato.

Perché la Royal Enfield? Queste vecchie motociclette inglesi hanno vissuto il loro momento di gloria fino agli anni 70 quando,

terminata la produzione in Inghilterra, la fabbrica è stata trasportata in India ed è diventata il simbolo delle due ruote nell’immenso continente indiano.

Le motociclette usate nel raid sono di fatto ancora quelle di quasi cinquanta anni fa, con alcune lievi migliorie tecniche, e la possibilità di effettuare un viaggio così impegnativo con mezzi così “old style” rappresentava una ulteriore sfida.

Comunque il viaggio verso nord inizia a Kathmandu, capitale del Nepal, che accoglie noi, quattordici partecipanti, con il suo traffico caotico, la miscellanea di odori ed aromi orientali e la sua folla variopinta nelle strade.

Kathmandu, con Kabul in Afghanistan e le regioni nord dell’India, ha rappresentato la meta di tanti hippies negli anni ‘70, attratti dalle dottrine buddiste, dalla ricerca di esotismo e dalla libera circolazione di stupefacenti più o meno leggeri. Alcuni di questi hippies, che non hanno poi mai fatto ritorno in Europa o negli USA, ormai decisamente anziani, s’intravvedono ancora tra le strade del quartiere commerciale di Kathmandu, Thamel. Qui addirittura esiste una strada chiamata Freak Street, in ossequio ad un periodo decisamente irripetibile per più di una generazione.

Per le strade di Kathmandu c’è la solita, incredibile umanità che si può trovare in altre metropoli asiatiche: dai santoni agli incantatori di serpenti, dai mille risciò ai tanti venditori che, instancabili, cercano di piazzare la loro merce ai turisti di passaggio. Il modo migliore di girare Kathmandu è a piedi, nelle prime ore del mattino, quando, lentamente, la città si sveglia ed inizia a vivere intorno alla piazza principale, Durbar Square, che vanta un incredibile centro monumentale dove, negli ultimi cinquecento anni, sono stati costruiti mirabili templi a pagoda in onore delle mille divinità della religione induista e dove si affollano i mercanti e i pellegrini su un selciato che un tempo era un parcheggio per elefanti.

Prese in consegna le motociclette, dopo tre giorni dall’arrivo il gruppo parte verso nord, accompagnato da un Ride Captain nepalese di nome Siddharta, che si rivelerà un prezioso compagno di viaggio, dall’assistenza di un fuoristrada e da un camion contenente i bagagli e i pezzi di ricambio.

La prima vera sfida è superare l’anarchico traffico di Kathmandu e dirigerci verso nord, dove, dopo circa 120 km di una strada fondovalle, ci aspetta la frontiera cinese.