Un episodio di viaggio veramente indimenticabile è l’arrivo al Campo Base dell’Everest. Dopo avere percorso circa 100 Km di pista veramente dura ed impegnativa, la visione della parete Nord della più alta asperità della crosta terrestre ci ha ripagato delle fatiche sopportate.
I riflessi e i colori della parete innevata sotto i raggi del tramonto e dell’alba sono stati, probabilmente, i momenti più emozionanti del viaggio.
Una parentesi meno lieta va comunque dedicata al famigerato mal di montagna, che, più o meno a turno, ha coinvolto tutti i partecipanti al raid: emicrania, insonnia, tachicardia sono stati i nostri compagni nei giorni trascorsi in alta quota e hanno messo a dura prova fisico e morale. Per il motociclista che voglia un domani rifare il nostro itinerario vale comunque la conclusione che questi superabili disagi sono ampiamente compensati da ciò che l’occhio e il cuore registrano durante il viaggio.
La seconda parte dell’itinerario, quella che va dalla moderna città di Shigatse a Lhasa, passando per Gyantse, è stata percorsa su strada asfaltata, seppur con un pessimo fondo, ed ha permesso al gruppo di motards di riposarsi dalle fatiche precedenti.
E’ questa la parte più turistica del viaggio: la visita ai monasteri e ai capolavori artistici dell’arte religiosa buddhista sono stati una preziosa scoperta culturale per molti di noi. Vale ancora la pena di ricordare come l’occupazione cinese abbia trasformato quelli che probabilmente erano piccole cittadine fatte con le caratteristiche case tibetane con i camini pieni di bandiere di preghiera in anonime città moderne tipicamente cinesi, piene di improbabili negozi che vendono un po’ di tutto e di edifici decisamente di cattivo gusto.
Anche l’arrivo alla mitica Lhasa, raggiunta dopo avere percorso la splendida valle del Brahmaputra, fiume sacro agli induisti che nasce in Tibet e va a sfociare a Sud nel Golfo del Bengala dopo migliaia di km, è stata da questo punto di vista un po’ deludente.
Non che mi aspettassi, come racconta Herrer il suo arrivo nella Città Proibita in “Sette anni in Tibet” negli anni cinquanta, di vedere i tetti d’oro del Potala riverberarsi sotto i raggi del Sole a cinquanta chilometri di distanza, ma arrivare alla mitica residenza del Dalai Lama attraverso grandi viali a sei corsie, pieni dell’improbabile traffico cinese, e attraverso una città moderna e piena di cantieri, fotografia reale del boom economico della Cina popolare, è stata una delusione relativa.
A Lhasa abbiamo abbandonato le nostre cavalcature, che hanno fatto ritorno in Nepal sul camion dell’assistenza, e abbiamo trascorso i nostri ultimi giorni in terra tibetana.
La città di Lhasa, che sta crescendo ad un ritmo vertiginoso per l’arrivo di coloni dalla Cina grazie anche al recente collegamento ferroviario da Nord tramite il treno più alto del mondo, va segnalata per la città vecchia, ancora intatta e dove vive la popolazione tibetana, oltre che i Monasteri di Drepung, Sera e il Tempio di Jokhang, con l’attiguo mercato di Barkhor, vero cuore pulsante della città con i suoi traffici e l’incessante afflusso dei pellegrini, che percorrono l’intero perimetro del tempio recitando preghiere e prostrandosi a terra di tanto in tanto.
Il ritorno a Kathmandu con la visita alle antiche cittadine di Bakthapur e Patan è stata l’appendice finale di un viaggio che rimarrà per sempre nel cuore di tutti i partecipanti.
La doverosa conclusione nonché invito, per viaggiatori motociclisti e non, è quella di visitare il Tibet quanto prima, cioè prima che la colonizzazione cinese possa portare all’annullamento della cultura tibetana e prima dell’arrivo dei flussi turistici di massa, sopratutto da parte dei nuovi ricchi cinesi, che già ora iniziano ad interessare questi luoghi.
Questi ultimi, se non potranno scalfire se non marginalmente la inviolabilità e il lato selvaggio delle vette himalayane, sicuramente aggiungeranno comfort e comodità al viaggiatore ma toglieranno ad un viaggio in Tibet quella austerità dei luoghi nonché quei disagi che rendono maggiormente affascinante ed unico questo Paese.
In moto sul tetto del Mondo
Partecipanti: 14 persone
Motocicletta usata: Royal Enfield 500
Organizzazione: Il Nodo Infinito (www.tikmountain.com) e 2000 Moto (www.2000moto.it) di Modena
Km percorsi: 1.300 circa (di cui 500 su pista)
Paesi attraversati: Nepal – Tibet
Massima altezza raggiunta: circa 5.300 metri (Everest Base Camp)